Informazione o lo sguardo dell’Occidente?
di Simona Maria Frigerio
Il Photo Lux 2025, quest’anno nell’edizione ‘ridotta’, sarà ospitato fino al 14 dicembre a Lucca, presso Villa Bottini – dove i lavori di restauro dei giardini sembrano languire senza speranza.
Entrando in Villa, l’esposizione va seguita in senso antiorario, partendo da due foto che indubbiamente dimostrano che la Terra sta andando verso una fase più calda – come già successo in precedenza. Da una parte, Musuk Nolte fotografa la siccità in Amazzonia con un’immagine quasi ironica in cui un nativo, con cappello di paglia e pantaloncini di tela stampati con disegni di palme, osserva la distesa di sabbia più da deserto sahariano che da foresta pluviale. Accanto, Anselmo Cunha ci regala un Boeing 727, abbandonato su una pista di Porto Alegre allagata: straniante il riflesso che pare precipitare il velivolo in un cielo acquoso. E sempre in Brasile, Amanda M. Perobelli documenta le inondazioni subite dal Paese sudamericano attraverso immagini di vita quotidiana, come quella di un uomo che, aprendo l’oblò della lavatrice, provoca una cascata in un’abitazione già allagata.
Le migrazioni dalla Colombia a Panamá sono il tema centrale del reportage di Federico Ríos, intitolato Sentieri di disperata speranza. Due foto colpiscono, in particolare. Quella di una giovane donna che riposa in una tenda coi suoi bambini e pare una Madonna Nera nella sua compostezza e in quello sguardo lontano pieno di rimpianti invece che di sogni. E la seconda è quella di una bambina con gli stivali e i pantaloncini infangati che osserva, senza sapere come mitigarla, la disperazione (o forse solamente la spossatezza) del giovane uomo che le siede a fianco, su un tronco, e che appoggia il capo contro un albero: quando i bambini devono portare sulle spalle le scelte degli adulti, diventando i genitori dei propri genitori, verrebbe da pensare.
Tatsiana Chypsanava fotografa la vita quotidiana, le tradizioni e l’orgoglio dei Ngāi Tūhoe, un antico popolo che ostinatamente si batte per conservare la propria indipendenza e alterità in Nuova Zelanda – dove, nel 2014, il Governo ha deciso di permettere ai nativi della regione di Te Urewera di gestire le proprie terre secondo i valori culturali che appartengono loro.
Usa colori iperrealistici Mas Agung Wilis Yudha Baskoro per immortalare l’impatto sulla vita quotidiana e sull’ambiente dell’estrazione del nichel, in Indonesia. Mentre Chalinee Thirasupa – anche attraverso una foto abbastanza scioccante di un intervento chirurgico di sterilizzazione – documenta il problema dell’aumento del numero di macachi nella città di Lopburi. In Thailandia, purtroppo, anche a causa della pessima abitudine dei turisti di dar loro da mangiare, si è perso il controllo sulle comunità di scimmie e gli animali stessi sono diventati sempre più aggressivi – costringendo gli abitanti a chiedere alle autorità che intervenissero (appunto con la sterilizzazione). Un problema che è altrettanto, se non più grave, quando si parli di cani randagi che, spesso, infestano in branchi i parchi archeologici dopo il tramonto, minacciando di mordere i passanti e, potenzialmente, potendo trasmettere loro malattie.
Sembra volare a mezz’aria (e alleggerisce un po’ questa sezione) Gabriel Medina, campione di surf, immortalato tra cielo e mare da Jerome Brouillet.
Decisamente un pugno nello stomaco il reportage di Luis Tato sulla rivolta giovanile in Kenya del 2024, contro l’ipotesi del Ministero del Tesoro di imporre nuove tasse sui beni di consumo in un Paese dove tra corruzione, sperperi, disuguaglianze sociali, ricchezze minerarie e povertà endemica non si vede una via d’uscita.
Tra i progetti a lungo termine si segnalano le foto in bianco e nero di Cinzia Canneri che, da anni, segue le storie delle donne eritree e del Tigré – in fuga da regimi o conflitti dei quali sono vittime, in primis, in quanto donne. Come del resto a Gaza, insieme ai vecchi e ai bambini. Non poteva che essere, quindi, World Press Photo of the Year, lo scatto di Samar Abu Elouf di un bambino di nove anni, Mahmoud Ajjour, a cui sono state amputate entrambe le braccia a causa del genocidio compiuto (e che ancora continua, sebbene a bassa intensità) dagli israeliani nella Striscia di Gaza (foto di copertina). Forse altrettanto toccante lo sguardo sbalordito del ragazzino, seduto su un muretto, che osserva i droni israeliani attaccare, nel 2024, un quartiere abitato da civili a Beirut, in Libano. Lascia però perplessi il perché siano sempre le immagini del dolore a campeggiare sui media, tanto da assuefare il pubblico a quello stesso dolore, invece degli scatti di denuncia degli atti criminali di chi bombarda e massacra civili in nome di una presunta legittimazione religiosa.
Kiana Hayeri si dedica all’esistenza delle donne afghane denunciando come le stesse siano costrette a restare all’interno delle mura domestiche, avendo i talebani precluso loro la vita pubblica. Interessante, anche esteticamente, la foto che ritrae una vetrina di abiti lunghi in cui i volti dei manichini femminili sono stati coperti. Denuncia precisa che, però, non chiarisce come mai dopo vent’anni di presenza occidentale in Afghanistan (non avevamo fatto guerra a quel Paese per liberare le donne dal giogo talebano?), la popolazione abbia riaccolto i talebani (con i quali gli statunitensi, alla fine, hanno trattato il passaggio di testimone di un Paese che non apparteneva a nessuno tra i due contendenti) – preferendoli ai nostri costumi e cultura. Né comprendiamo perché si dedichi sempre tanto spazio all’oppressione delle donne in Paesi come l’Afghanistan o l’Iran e non si accenni mai alla condizione delle donne in Arabia Saudita o Kuwait – dove la Šar’ja è legge – tanto quanto. Sorvoliamo sulla propaganda russofoba di un’intera sala con accuse alla Russia di arruolamenti forzati quando ormai, su tutti i media, sono apparsi video e denunce dei veri e propri rapimenti operati dai reclutatori e dai servizi segreti ucraini (SBU) nei confronti dei propri concittadini. Purtroppo le foto non possono che documentare quello che i mezzi di informazione (o propaganda, visto che l’Occidente è più o meno apertamente in guerra) vogliono comunicare ai lettori e, di conseguenza, anche un Festival dedicato alla fotografia non potrà che essere ricco di immagini che restituiscono solo una versione della storia – Doisneau docet (1).
Lo scatto più scioccante, prima dell’uscita, è di Clarens Siffroy, e attesta l’uccisione di alcuni giovani haitiani, i cui corpi – abbandonati in mezzo alla strada e in parte nudi – sono ricoperti da pneumatici (immaginiamo per facilitarne il rogo). Infine, ecco comparire il Salvador (Paese che vanta stretti rapporti con gli States al punto che il suo Presidente, Nayib Bukele, ha offerto al Segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, di accogliere i prigionieri con cittadinanza statunitense inviati dagli Usa), con le foto che testimoniano le sue politiche scellerate che hanno trasformato un Paese libero in un enorme carcere a cielo aperto. Gli scatti, incisivi e in bianco e nero, con i volti di uomini incarcerati, brutalizzati, picchiati e impauriti, eppure fieri quando fissano l’obiettivo, sono di Carlos Barrera.
PhotoLux prosegue:
Villa Bottini
via Santa Chiara, 13 – Lucca
fino a domenica, 14 dicembre 2025
orari: da lunedì a venerdì, dalle ore 15.00 alle 19.00; sabato e domenica, dalle ore 10.00 alle 19.00
(1) Si veda il ruolo della fotografia quale specchio distorto della realtà negli scatti, costruiti a tavolino, da Robert Doisneau:
venerdì, 5 dicembre 2025
In copertina: La fotografa Samar Abu Elouf che ha vinto il World Press Photo 2025 (particolare per ragioni di layout)

