Il caso di Garlasco e le domande che pone alla polis
di Simona Maria Frigerio
Non entreremo nel merito dell’omicidio di Chiara Poggi e, quindi, i cittadini morbosi, che passano il tempo a inseguire scoop da operetta, possono pure smettere di leggere questo articolo. Andrea Sempio non è colpevole per il semplice fatto che si è innocenti fino al terzo grado di giudizio e Alberto Stasi, se così riterranno i giudici, otterrà la revisione del processo. Fermiamoci qui. Le domande sono altre.
La prima – che dovremmo porci come cittadini – è come mai i mass media diano tanto spazio, oggi, alla cronaca nera, un tempo relegata ai quotidiani della sera. Forse perché è più utile al potere costituito che gli italiani si concentrino sui casi di femminicidio (in costante diminuzione), invece che pensare a tutte le donne e i bambini uccisi anche con le nostre armi in quel di Gaza e in Cisgiordania? Quanti sanno che a mettere il veto, in Unione Europea, a una banale sospensione dell’accordo di associazione commerciale con Tel Aviv sono stati Italia e Germania? La vita di una donna vale di meno se ad ammazzarla è un soldato dell’Idf o è meglio che l’opinione pubblica mostri il suo lato più forcaiolo e qualunquista, facendosi subissare e imbambolare da casi in cui non serve trovare IL colpevole, basta trovare UN colpevole?
La seconda domanda che dovremmo porci è perché in Italia, nonostante si sia dichiarati in ben due gradi di giudizio innocenti, la Cassazione poi sparigli le carte. Non consideriamo solo il caso di Garlasco in particolare, ma pensiamo, al contrario, a quando la Quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha assolto Amanda Knox e Raffaele Sollecito, imputati nel processo per l’omicidio di Meredith Kercher. Come mai la Cassazione non rimandò gli imputati – come fa di solito – a un nuovo giudizio di merito? Il ruolo del terzo grado di giudizio andrebbe riconsiderato a bocce ferme e dovrebbero farlo gli stessi Magistrati.
Terza questione: perché sta assumendo un peso spropositato l’avvocato di parte civile? In Italia il Pubblico Ministero, ossia il magistrato inquirente, dovrebbe cercare la verità – svolgendo anche indagini a favore dell’imputato. Ergo, non dovrebbe ‘innamorarsi di una tesi accusatoria’, frase che una magistrata ha pronunciato qualche tempo fa in televisione e che credo sia esemplificativa di una tendenza umana. E però la ricerca della verità comporta anche che, a volte, si debba ammettere che le prove non sono sufficienti (ci ritorneremo) o che ci si è concentrati troppo su una sola pista d’inchiesta e occorrerebbe, magari, dare credito ad altre teorie. Ovviamente se l’opinione pubblica, fomentata dai media che ormai permettono alla qualunque di pontificare su qualsiasi argomento, preme per una condanna, diventa difficile rimanere super partes. Ancora di più se la parte civile assume un avvocato per portare avanti una tesi accusatoria. Se la parte civile ha senso che abbia un avvocato in fase di rivalsa civile per il danno (morale e materiale) subito, in sede penale sembra stia sovrapponendosi al ruolo e al compito che spetta al Pubblico Ministero. Quando erano le femministe, negli anni 70, a costituirsi parte civile per sostenere psicologicamente e mediaticamente le donne che subivano uno stupro, il peso politico del ruolo era chiaro e fu determinante anche per trasformare la violenza sessuale da reato contro la morale a reato contro la persona. Ma oggi l’Italia sembra stia ricalcando il modello statunitense con un PM che, da magistrato in cerca della verità, si è trasformato nell’accusa, supportato – e, a volte, sembrerebbe quasi incalzato – dall’avvocato di parte civile, che si batte per la condanna dell’imputato contro la difesa dello stesso. Questo non è il modello di giustizia italiano e dovremmo tutte e tutti ricordarcene.
La domanda successiva è quale valore abbiano i processi televisivi e le ricostruzioni su base indiziaria. Sembra che entrambi stiano assumendo un peso inaccettabili. Se i primi sono una pressione costante e indebita sui magistrati, oltre che gli imputati e le loro famiglie (visto che fino al terzo grado di giudizio, ripetiamo, si deve essere considerati innocenti); riguardo alle seconde andrebbe considerato che seppure non esiste più la formula dell’‘assoluzione per insufficienza di prove’ (dal 1989), con il codice attuale se le prove sono insufficienti o contraddittorie, il giudice deve assolvere l’imputato perché manca la certezza della colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio. E proprio il ragionevole dubbio non può essere fugato con ricostruzioni ‘plausibili’ – per non parlare dei troppi casi riaperti dopo decenni, che si pensa di poter risolvere con una testimonianza non suffragata da prove (e qui potremmo citare il caso Calabresi); o con prove che sono utilizzate fuori dal contesto – un Dna rilevato su un indumento intimo quando la persona uccisa aveva una relazione con l’indagato (ad esempio, nel caso della riapertura dell’omicidio Cesaroni). Basti pensare a quanto sia difficile per una persona dimostrare dove si trovasse una settimana prima: come potrà difendersi adeguatamente, portando prove o testimoni a discarico, se coinvolta in un omicidio dieci o vent’anni dopo i fatti? Ovviamente si vorrebbe e dovrebbe sempre giungere a verità in un caso di omicidio, ma occorre anche ammettere che la Legge ha limiti obiettivi.
Un altro fatto da tenere in considerazione è l’elemento del risarcimento del danno in caso di condanna di un innocente. In troppi in questi giorni si affannano a dire che i giudici dovrebbero rispondere dei loro errori e non lo Stato – per mezzo delle tasse dei cittadini. A parte che lo Stato italiano, indennizzando un innocente, spende i soldi meglio che quando regala armi; quale magistrato condannerebbe un imputato sapendo che, in caso di errore, dovrebbe risponderne coi propri beni? E comunque, tutti quegli italiani che stanno intasando i social con simili – scusate il termine – ‘fesserie’, dovrebbero sapere che i giudici, nel nostro Paese, già adesso possono rispondere con i propri beni personali in caso di dolo (se viene provata l’intenzione di arrecare danno) o colpa grave (quando emettono una sentenza con negligenza inescusabile). Lo Stato, in questi casi, può rivalersi sul Magistrato.
Domande. Se tutte e tutti ce ne ponessimo di più prima di giudicare qualcuno ‘colpevole’ o ‘innocente’ sulla base delle prove televisive, delle elucubrazioni psicologiche e delle opinioni della valletta di turno, forse la giustizia funzionerebbe meglio e, se non più celermente, anteponendo sempre e solo la verità.
venerdì, 22 maggio 2026
In copertina: Immagine di B0red da Pixabay


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