Basta un’email e sei fuori
di Simona Maria Frigerio
“Io gliel’avevo detto all’avvocato che mi avrebbero licenziata”, ma lui, nooo: «Se va avanti a fare ciò che non le compete accadrà. Lei si attenga alle sue mansioni, come da lettera di richiamo». Come far capire a un giuslavorista, la psicologia del padrone? Lui non voleva che facessi l’impiegata d’ordine. Voleva che continuassi a mandare avanti un dipartimento, traducendo correttamente e contenendo gli sproloqui della socia nei suoi ricorsi all’Ufficio marchi europeo, ma pagata come un’impiegata d’ordine. E così eccomi qui, con il mio scatolone di cianfrusaglie, in mezzo alla strada come una senza tetto, che vado dal Principe del Foro a dirgli che, tra i due, avevo ragione io. Bella soddisfazione avere ragione con una lettera di licenziamento in tasca!
Che poi, a licenziarmi mica c’era il giovane rampante “siete tutti intercambiabili e io pago per un fattorino ma voglio una poliglotta colta che frequenta l’università” – meglio, senza chiedere permessi retribuiti per motivi di studio nei giorni degli esami ma sottraendoli dalle ferie – “e che posso minacciare in privato di buttarla fuori perché osa complottare alle mie spalle per pretendere, insieme alle colleghe, un aumento o un passaggio di livello”. Orrore! Devo essergli sembrata come la sua ex che gli chiedeva gli alimenti per i figli: una ‘sanguisuga ingrata’. Comunque, prima sobilla per farmi licenziare (lui che non avrebbe mai voluto assumermi perché le tre che c’erano potevano bastare, nonostante lo studio si stesse ingrandendo come una piovra: era sufficiente facessero gli straordinari senza farseli retribuire), e poi molla la patata bollente al socio più anziano – quello che mi aveva assunta.
Poveraccio, un tipo sul paternalista andante, che ti offriva di mettere mano al portafoglio e prestarteli, lui, i soldi se non arrivavi a fine mese perché quella delle paghe e contributi aveva sbagliato tutti i calcoli e tu, a gennaio, ti ritrovavi senza stipendio; oppure, ti voleva allungare lui il credito d’imposta perché il padre del giovane rampante sosteneva che non erano tenuti a versarti il credito della dichiarazione dei redditi perché erano una ditta con meno di 15 dipendenti, e non gli entrava proprio nella zucca canuta che la legge prevedeva che non fossero obbligati a predisporre il tuo 730 (che, infatti, pagando, facevi fare al Caf) ma a versarti il dovuto, si! Era una lotta continua. Le colleghe mandavano avanti me. Io ottenevo a fatica il dovuto e loro, poi, per anni ne godevano i frutti: finalmente il vecchio aveva dovuto scucire i crediti d’imposta (grugnendo come se fossero soldi suoi), e il socio anziano era potuto tornare a sfogliarsi i calendari Pirelli che nascondeva in un armadio del suo studio. Era tenero in un certo senso, l’anziano. Una specie di bambinone, molto competente nella sua materia, ma completamente indifeso contro il mondo. Credo mi avesse assunta solo perché il giorno del colloquio avevo indossato l’unico abito che possedevo: accollatissimo come una tonaca nera da prete ma cortissimo, che lasciava le mie gambe velate di nylon svolazzare come libellule nel suo studio. Ovviamente, appena finito il periodo di prova, ero tornata alle mie tute da ginnastica lise. E a lamentarsi non erano i padroni, ma le mie colleghe perché ‘mancavo di decoro’. Ma io facevo spallucce e rispondevo che non avevo a che fare coi clienti, solo con una scrivania polverosa in mezzo a incartamenti ancora più polverosi, in un ufficio, da sola, dove l’unica cosa che rallegrava le mie giornata era la radiolina sempre sintonizzata su Radio Popolare e un quadrato di cielo, che si intravvedeva solo perché i quattro palazzi dello stabile lasciavano un angusto spazio al centro, un vecchio cortile per i bidoni della spazzatura e le biciclette, sul quale affacciava la finestra di fronte alla mia scrivania. Cinque anni della mia vita ad ascoltare Alessandro Robecchi e Chawki Senouci con le colleghe che, se entravano, mi chiedevano perché non cambiassi stazione – le due da Burghy proponevano un po’ di musica di Radio Deejay, la single perennemente a dieta suggeriva con maggior discrezione Classica o Rai Radio 3. Mi avevano messa in castigo perché non andavo d’accordo con nessuna, secondo loro. In realtà, mi avevano dato quello stanzino perché non sopportavo più la camera a gas delle fumatrici compulsive: il socio anziano, in fondo, mi aveva fatto un regalo – senza farglielo intuire.
Anni. Anni in cui ero riuscita a trasformare la mia scrivania in un’oasi di Resistenza. La foto della mia gatta accanto a quella del Che, col giovane rampante che non si era scandalizzato – doveva essere stato un po’ fricchettone anche lui, da ragazzo, visti i tatuaggi sugli avambracci che facevano capolino tra la peluria biondastra, ovviamente prima di sposare in toto la visione della zucca canuta, probabilmente a causa della cosiddetta moglie sanguisuga. E poi c’era l’eterna bottiglia di plastica che riempivo con l’acqua del lavabo con orrore dell’intero ufficio, che aveva zero fiducia nell’acquedotto pubblico e persino meno nelle tubature del palazzo di lusso di epoca fascista nel quale si trovava l’ufficio. Ma figuriamoci se potevo permettermi, con quel magro salario, di comprare una bottiglia d’acqua, al bar, ogni giorno! E non se ne parlava che ne comprassi sei al supermercato sotto casa e dovermi ricordare ogni mattina di portarmi quella del giorno su un tram affollato che, di quando in quando, o non passava, o si fermava e allora me la dovevo fare a piedi fino alla fermata della metropolitana, o ancora incidentava. Me la rammentavo bene quella mattina. Fermo al semaforo, il tram era ripartito col verde ma un’auto con una giovane donna a bordo era parzialmente sulle rotaie in attesa si liberasse l’incrocio. Ricordo il tram scampanellare e accelerare, ma la donna cosa poteva fare? Gettarsi in mezzo all’incrocio per essere travolta dal traffico delle auto che, sul vialone, viaggiavano tutte oltre i 70 km orari, nonostante il limite a 50? Ricordo l’impatto: ero davanti, quasi accanto al conduttore, e mi tenni ben stretta al sostegno mentre dentro di me una vocina negava che stesse davvero accadendo quanto vidi. Baaam! Non è una concessione a Marinetti: fu esattamente il suono che sentii. Credo ricorderò per sempre la faccia della donna in auto – incredula, persa, spaventata. Ma soprattutto incredula. Le si era fiondato addosso un tram, col rischio di finirle direttamente in grembo e maciullarla. Ma per fortuna si era solo accartocciata la portiera e lei, dal finestrino, fissava il conduttore sorpresa, come se si stesse risvegliando da un incubo e dovesse pizzicarsi le braccia per credere di essere finalmente sveglia.
Anni. E poi, d’un tratto, ti chiama nel suo ufficio, coi calendari Pirelli impilati, in basso, in fondo al mobile chiuso da pesanti ante di legno nero, e grufolando parole incomprensibili sei fuori. Tiene gli occhi bassi: si capisce che non è stata un’idea sua. Ti chiede di prendere tutte le tue cose e di andartene. Ti pagherà persino il mancato preavviso, basta che te ne vada – subito. Adesso fanno persino prima, in maniera asettica e chirurgica ti inviano una email di un padrone di cui non vedi nemmeno il volto e non avverti l’imbarazzo, schiacciano un solo tasto e magari ne licenziano mille, come te. Mille che non possono nemmeno raccattare la foto del gatto e del Che dalla scrivania.
Non ricordo nemmeno più chi mi prestò lo scatolone. Solo che con molta dignità raccattai le mie cose, buttai finalmente la bottiglia di plastica, dopo aver finito l’acqua che era rimasta (se già non potevo permettermi gli sprechi prima, figuriamoci adesso senza nemmeno uno straccio di lavoro) e me ne andai diretta dal Principe del Foro, che era un geniale giuslavorista ma un pessimo psicologo. Del resto, i comunisti non credono a due cose (a parte in Dio, che hanno sostituito con Marx): la psiche e la diversità di genere. Un giorno, quando sarà realizzata l’utopia comunista, come il giorno della Resurrezione, saremo tutti redenti e non ci saranno più differenze tra maschi e femmine – una indistinta schiera che, invece, di marciare a suon di trombe, con gli angeli a fianco, verso il paradiso sulle nuvolette, marcerà con la bandiera rossa verso il sol dell’avvenire, dopo aver realizzato la Rivoluzione del proletariato. E non crediate che sia un’idea dépassée. Tutt’altro: intellettuali e colletti bianchi ormai sono semplici proletari intercambiabili, senza nemmeno la coscienza di classe degli operai, sfruttati, sottopagati, farlocche partite Iva, licenziati con una email e cancellati dal contesto sociale se disoccupati. Perché la disoccupazione, come la follia, sono inconcepibili in una società capitalista e consumista. Se non produci e non compri, non esisti. Sei inutile, un reietto. La morte sociale ai tempi del benessere economico.
La mia personale morte sociale si concluse con un accordo stragiudiziale. Avevano torto, erano stati consigliati male dalla loro avvocata incinta e avevano dovuto scucire un gruzzolo col quale me ne andai in Australia. Dovettero assumerne due per fare il mio lavoro e dar loro persino il secondo livello commercio (e io che chiedevo solo il terzo…). Ricordo ancora la cartolina che gli mandai: un simpatico koala che sembrava fare il gesto dell’ombrello.
Quarto racconto inedito della serie Allegoria della morte.
I precedenti:
venerdì, 12 giugno 2026
In copertina: Immagine di jo bi da Pixabay


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