Sopravvivere a se stessi
di Simona Maria Frigerio
“Lo sapevo, anzi me lo sentivo che sarebbe successo ancora: entro in una stanza e non ricordo cosa devo fare. All’inizio ci ridevamo su, io e… e…? Beh, insomma lui. Mangiare più pesce, mi consigliava. Un po’ di fosforo e si risolve tutto!”. Ma io gli rispondevo che no, che non ne avevo bisogno perché la mia memoria era ferrea: ricordavo persino il mio primo starnuto, quel maggio, nel cortile della scuola. Avevo 12 anni e iniziai a soffrire di allergia da pioppo… Tutto ricordavo di quella primavera solare, con noi ragazzi che prendevamo la rincorsa per tentare di fare la capriola, utilizzando la forma particolare del muro della scuola. Ricordavo persino il colore di quel muro: un rosso mattone cupo, con le impronte delle nostre suole imbiancate dalla ghiaietta.
Lui, di cui non ricordo più il nome… eppure, quando mi sfiora la mano, ne provo piacere; come quando scarto la carta con cui fare burraco e lui sorride, rimettendola al suo posto; o si fa cerimonioso porgendomi il piatto di orata al barbecue già spezzettata (per essere gentile, afferma); o mi risciacqua i capelli, delicatamente, perché li ho dimenticati insaponati; o spegne il fuoco sotto il pentolino del latte che bolle, mentre io non riesco a smettere di fissare la schiuma che ne fuoriesce come neve candida;… sento che lui è tutto il mio piccolo mondo – sempre più piccolo, come il gheriglio di noce nel guscio della mia testa.
Ricordo una poesia, a tratti: “E non amarmi per pietà di lacrime / che bagnino il mio volto”*. Ma non ricordo chi l’ha scritta. Però ricordo quando la imparai: ero al liceo e la professoressa di inglese ci diede da scegliere tra una decina di poesie di autori diversi da tradurre in italiano per la recita di fine anno. Tradurre versi: impossibile! Cambia la metrica, cambia il ritmo, il suono, la rima. Forse puoi restituire il senso ma come potrai mai tradurre in inglese: “A l’alta fantasia qui mancò possa; / ma già volgeva il mio disio e ‘l velle, / sì come rota ch’igualmente è mossa, / l’amor che move il sole e l’altre stelle”? E poi dovresti usare il Middle English di Chaucer… un lavoro per certosini eruditi – non per poeti. Ecco, a volte mi accorgo che uso termini talmente forbiti da farmi dubitare chi io sia: una pedante professoressa di inglese? Forse fui io a dare quel compito alla mia classe, con la superbia della letterata da scuola dell’obbligo, che crede di fare teatro cucendo testi per studenti svogliati che sognano il palco solo quando guardano Amici in tv? Ma poi cos’è Amici? Ricordo Friends, ma non c’entra – credo – e poi Saranno famosi, quello sì che c’entra. Anche lì a sgomitare per 15 minuti di celebrità. Ma era fiction. E qualcuno danzava un sacco bene! Ecco: mi guardo allo specchio e faccio un plié, un tendu, una pirouette e… «Stai attenta a non cadere, che l’ultima volta ti sei lussata la spalla!», grida lui di cui non ricordo il nome dalla cucina.
Lui… eppure la parola è lì sulla lingua: la tiro fuori aprendo la bocca per leggerla allo specchio. Rido di me stessa: ho un sacco di umorismo nascosto da qualche parte. Ma quella che mi guarda dallo specchio chi è? Una vecchia: non la conosco, io, quella vecchia! La mia mente torna all’affermazione di lui. Quando è stata ‘l’ultima volta’? Non mi ricordo di ospedali, medici, tutori: lui dice che aveva dovuto imboccarmi per 40 giorni. Però mi ricordo quando mi lussai il gomito in seconda media, quello sì: forse, dopotutto, è lui che si confonde. Rimasi in Pronto Soccorso per 12 ore: c’era sciopero dei medici. Una vecchia strillava e si agitava su una barella. La ricordo: tutta vestita di nero, asciutta come un’acciuga sotto sale, grinzosa, con le chele al posto delle mani che le arruffavano i capelli bianchi, radi, sottili, lunghissimi… Alla fine ne riemersi con una pesante fasciatura rigida per 40 giorni e il mattino dopo, prima di andare a scuola, quando ritornai al Pronto Soccorso perché, nel frattempo, lo sciopero era finito e doveva visitarmi l’ortopedico di turno, questi disse a mio padre che quella fasciatura era inutile e che se gli infermieri non mi avevano rimesso a posto l’articolazione, mi avrebbero dovuto operare. E però di tenermela… Mio padre restò muto, non protestò, non pretese che verificasse e facesse il suo mestiere. E io imparai a mangiare e perfino a scrivere con la sinistra. E quando mi tolsero la fasciatura, dopo 40 giorni, ricordo che il mio braccio era la metà dell’altro e la mia insegnante di ginnastica, mossa a pietà, mi prese in carico: polsino ed esercizi con la palla medica, ma il gomito ha continuato a schioccare per anni quando cambiava il tempo.
“Perché allora lui dice che mi ha dovuta imboccare? Come a un bambino? E noi ce l’abbiamo un bambino? Ma no, siamo troppo giovani per certe cose: quando saremo sposati… Sposati? Oh cielo, che pensiero da vecchi, come i miei, che passano da un litigio a una separazione, dal lancio di un piatto a un ‘mi suicido’ – che poi, quando mai mia madre è andata oltre la minaccia? E alla fine, chi ci crede più? Strano, gliel’ho sentita ripetere talmente spesso quando avevo 12, 13 anni, che a un certo punto, un giorno che davvero mi aveva stracciato l’anima, le risposi: «Ma non sei tu a dire che chi continua a gridare ‘al lupo, al lupo’, alla fine non gli crede più nessuno?»”. Non mi rispose e riprese a pigolare la sua litania di eterna vittima di un sopruso.
Ecco adesso mi ricordo: sono entrata in camera per rifare il letto. Ma è già pronto: è sera. La copertina elettrica è accesa: «Appena ti addormenti, te la spengo io», mi dice lui di cui non ricordo il nome ma che mi sfora la fronte con le labbra. Ha le labbra fresche: «Ho bevuto un po’ di latte. Ne vuoi un bicchiere anche tu?». Faccio segno di no col capo: gli passo un dito lungo una ruga: quanto è vecchio… Forse è mio nonno. Sì, deve essere mio nonno, l’uomo che ho amato di più.
* di Elizabeth Barrett
Quinto racconto inedito della serie Allegoria della morte.
I precedenti:
venerdì, 19 giugno 2026
In copertina: Immagine di 鹈鹂夏 da Pixabay (particolare per ragioni di layout)


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