Dalla censura alla morte sociale
di Simona Maria Frigerio
Non ricordo quando iniziò tutto. Sono passati anni, secoli. Ero molto giovane allora. Cominciò con un’epidemia di influenza. Morirono un po’ di ultraottantenni: a quell’epoca, a quell’età, si era già avanti con gli anni. I mass media, come li chiamavano allora, pomparono isteria nelle vene della gente che restava appesa come pesce all’amo all’ultima notizia, e più era tragica e più se la bevevano come medicina amara ma non tossica perché li avrebbe guariti. La gente prese a fare riti strani per salvarsi, che le erano suggeriti dall’esperto, dalla valletta, dal politico (allora c’era gente che era eletta per farlo, ma già alcuni no). Si doveva camminare a un metro e 80 centimetri di distanza – non uno e mezzo e nemmeno due, sia mai! E poi se ti si ammalava il bambino, anche se aveva solo due o tre anni, dovevi abbandonarlo per 14 giorni in una camera chiusa a chiave, da solo, passandogli il cibo su un vassoio che lasciavi all’ingresso o, meglio, fuori dalla porta, e non potevi curarlo, né abbracciarlo o confortarlo… Allora qualcuno cominciò a dire che era disumano ma venne silenziato. Chiunque criticava quei riti e ne scriveva era tacciato di diffondere quelle che chiamavano fake news. E alla fine iniziarono a inocularci dei sieri. Lo decise una delle prime politiche a non essere eletta da nessuno, com’è normale oggi. E ricordo anche quale fu la prima vittima: la scienza. Le teorie sempre confutabili divennero tutte leggi. E non le leggi degli uomini, sempre emendabili, ma quelle divine. C’era la fede nella nuova scienza, che andava venerata e la panacea era il siero. E fu il pensiero unico.
Dopo alcuni anni arrivò la guerra. All’inizio pensammo fossero tanti i campi di battaglia. In Europa, poi in Palestina, in Libano, in Sud America, in Iran… La guerra dilagò come le fiamme di un incendio che nessuno si impegni davvero a spegnere. Anzi, noi buttammo benzina sul fuoco, letteralmente. Furono bruciati i libri, tagliato quello che allora si chiamava stato sociale. Tutti i soldi delle nostre tasse furono risucchiati nel nuovo vacuum del riarmo e più si riempiva di spazzatura bellica e più le lingue di fuoco iniziavano a lambire nuovi territori, sempre più vasti, sempre più barbaramente. Qualcuno avvertiva che, prima o poi, sarebbero stati coinvolti i nostri figli, ma nessuno ci credeva veramente. E chi lo scriveva finiva in liste di proscrizione, perdeva il lavoro, gli si congelavano i risparmi, e infine lo si minacciava apertamente. Fu istituito il Tribunale della verità, l’egemonia divenne dominio. In tempo di guerra si pensò che fosse inopportuno, persino impossibile dialogare col nemico, mentre la popolazione in parte non capiva chi fosse il nemico e, in parte, pensava che, al fronte, sarebbero comunque andati i professionisti, che poi erano mercenari al soldo del più potente e nemmeno tanti. Quindi arrivò il tempo di mandare i nostri figli, mai i loro. La seconda vittima fu la libertà di opinione. Propaganda o disinformazione. E fu il pensiero binario.
A quel tempi arrivò anche il muro. Un muro non più metaforico come la cortina di ferro di cui mi aveva parlato mio padre, e nemmeno di cemento armato come quelli di inizio XXI secolo. Era un sistema di telecamere che monitorava e riconosceva ogni volto, quando prendevi la metropolitana, passeggiavi per la strada (allora era ancora possibile) e persino se correvi in un parco (sulla spiaggia era diventato pericoloso già durante la pandemia anche se era deserta). All’inizio si diffuse il badge per entrare anche nel proprio palazzo oltre che al lavoro, poi il microchip sotto pelle (credo una brillante idea dei Paesi nordici europei che dilagò anche in quelli mediterranei). Segnalava se entravi in un ristorante o prendevi un aperitivo con gli amici al bar, quali case frequentavi, i tuoi orari e gli spostamenti, sostituiva persino il timbro sul tuo biglietto in autobus, treno e perfino aereo. Ma nel frattempo il mondo si era ristretto e i lunghi viaggi ricominciarono a essere appannaggio di pochi: ricchi o potenti. Spacciarono il microchip per la soluzione di ogni male, l’ottimizzazione dei servizi: conteneva informazioni personali, come la nostra data e il luogo di nascita ma anche l’indirizzo di residenza, l’eventuale domicilio, la nostra fedina penale e il libretto sanitario con l’elenco delle malattie croniche ma anche il piano vaccinale, il nostro lavoro e i feedback sul rendimento, gli eventuali ritardi o i licenziamenti, il nostro conto corrente e il suo ammontare, le entrate e le uscite del mese e così via. Gli organi di controllo che, nel frattempo si erano moltiplicati, possedevano tutti un lettore e così, ad esempio, al Pronto Soccorso potevano sapere se eri un solvente e fino a che punto spremerti con esami inutili o liquidarti senza aver fatto quelli utili; oppure se viaggiavi a 55 km orari invece di 50 potevano calibrare la multa in base al tuo stipendio e, se eri disoccupato, ti ritiravano autoveicolo e patente (tanto, se non ti servivano per andare al lavoro, a cosa dovevano servirti?). Ci rinchiusero nel ‘giardino fiorito’ come agnelli pronti al macello e non fu la paura a impedirci di scappare ma un dilagante senso di rassegnazione, oltre alla convinzione che, al di là del muro, fiorisse la barbarie. E fu l’ignavia.
E infine arrivò il giorno in cui fu definitivamente sdoganato il terrorismo di Stato. Prima furono colpiti alcuni giornalisti – quelli per i quali il mondo libero si stracciava le vesti, ma li marchiarono come propagandisti e la stampa tacque, abbassando il capo. Nel frattempo fecero esplodere un gasdotto, in mare, e ricordo che per alcuni anni si disse che era stato un incidente, poi era colpa del nemico, infine si insabbiò tutto, come era sempre piaciuto ai politici italiani, e non se ne parlò più. Si iniziarono a bombardare case, scuole, villaggi, università, ospedali. I bambini prematuri morivano per mancanza di elettricità per le incubatrici e quelli appena più grandi per lo shock, quando gli amputavano gli arti senza anestesia. Ma cominciò a serpeggiare l’idea che fosse giusto perché la razza eletta aveva diritto alla terra promessa da un qualche dio e che se uccidi un bambino inerme, oggi, ti eviti di dover ammazzare un adulto armato, domani. E infine il mondo fu diviso in due emisferi. Il nostro, pur senza continuità territoriale, si vantò di essere il ‘migliore dei mondi possibili’ e si asserragliò: il potere fu assunto da un ristretto gruppo di esperti scelti dall’intelligenza artificiale con tre capitali, Bruxelles, Tel Aviv e Washington – da dove partivano gli ordini per i Paesi satelliti, come il nostro, per far saltare un ristorante, bombardare una spiaggia, rapire un presidente, rinchiudere un popolo in un lager a cielo aperto e un altro relegarlo in un deserto – così da usare i loro territori come parchi giochi per i figli dei ricchi o dei potenti. I popoli dei Paesi satelliti si ritrovarono con le tasche vuote e la coscienza sporca. Erano stati zitti troppo a lungo e fu il silenzio.
Sedicesimo racconto inedito della serie Allegoria della morte.
I precedenti:
venerdì, 4 settembre 2026
In copertina: Immagine di Hello Cdd20 da Pixabay


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